Gli amori infelici non finiscono mai

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fronte_gli_amori_infelici_jpg_485x0_crop_upscale_q85Ci sono luoghi che racchiudono tante esistenze. Spazi pubblici in cui il coraggio di ciascuno si confronta ogni giorno con la fragilità di molti. Ci sono luoghi in cui ci si smarrisce con la speranza di ritrovarsi e magari di riconoscersi.

Smarrimento e intimità sono le note che attraversano l’ultimo romanzo di Isabella Borghese, Gli amori infelici non finiscono mai (Giulio Perrone editore, 14 euro).

Il titolo sembra rimandare a un romanzo a tinte rosa, sentimental–stucchevole, ma la scrittura di Isabella Borghese e i temi affrontati si rivelano, fin dalle prime pagine, tutt’altro che scontati. Sono tre le voci narranti che si alternano di capitolo in capitolo: L’Uomo senza Volto, Eszter e la voce femminile del 60, l’autobus romano in cui nel romanzo si consumano quotidianamente scene bizzarre e si susseguono personaggi strambi – l’Uomo del Suicidio Premeditato, la Signora Impertinenza, la Donna Silenzio.
L’Uomo senza Volto, in seguito ad un incidente, non riconosce più i volti perché affetto da prosopagnosia (dal greco, prosopon faccia e agnosia mancanza di conoscenza). Il medico è stato chiaro: “La tua difficoltà principale consisterà nella completa inabilità a memorizzare volti nuovi e nel riconoscere facce familiari”. Come vivrà il protagonista senza riconoscere i volti delle persone? E neppure se stesso? (“Chi sono? Vedermi e non riconoscermi. […] Speravo di poter imparare a conoscermi di nuovo. Mi era tutto chiaro: ogni volta che avrei incontrato me stesso di fronte allo specchio, avrei creduto di vedere un altro. Me l’ha spiegata così il neurologo. Mi osservavo con la stessa curiosità con cui una persona guarderebbe un altro intento a simulare smorfie: sorridevo? Mettevo il broncio? Sbarravo gli occhi per lo stupore? Abbassavo lo sguardo per l’imbarazzo, l’impaccio? Posizionavo le labbra e il viso nell’espressione della costernazione? Tentavo la mimica facciale della rabbia, del disgusto, della felicità, della tristezza, della paura e della sorpresa?”).

Il romanzo è un viaggio alla ricerca dell’identità e prende le mosse dalla perdita dell’identità stessa.  L’Uomo senza Volto si lascia alle spalle la sua vita precedente all’incidente, si allontana dalla moglie, cambia lavoro.
Darà ripetizioni perché in questo modo, con agenda alla mano riportante orario e nome dello studente, si sentirà sicuro di non fare gaffe. Vaga per la casa, guardandosi allo specchio e, solo pizzicandosi la guancia, capisce che l’uomo riflesso è proprio lui. Va a fare la spesa con la paura di essere riconosciuto dagli amici che lui però non riconosce più (“lo sgomento di incrociare lo sguardo di amici, conoscenti, semplici condomini e non riconoscerli… il contrario accade molto di rado e so che il mio non poter contraccambiare un sorriso o un abbraccio di affetto e simpatia immediati mi pone in una condizione di disagio”).

Si concede solo un ultimo atto d’amore verso la donna che non riesce a dimenticare, Gisella Montàr. Ogni giorno, davanti alla libreria, promuove l’esordio letterario della sua amata, tessendo le lodi dell’autrice e vendendo sei copie del suo romanzo. Storie parallele si incrociano e si intrecciano. C’è Eszter, alle prese con una storia extraconiugale, innamorata di Lajos, responsabile di una rubrica di cucina, Il percorso dei piatti. Nomi presi in prestito da un romanzo di Sándor Márai, L’eredità di Eszter, così come il titolo Gli amori infelici non finiscono mai, tratto da una frase pronunciata dalla protagonista dello stesso romanzo. C’è poi l’Uomo del Suicidio Premeditato che, sul 60, annuncia ogni giorno che si toglierà la vita il prossimo 19 settembre.
Seppur per paradossi, l’autrice individua temi concretissimi, come la protesta viva degli autoferrotranvieri, costretti a lavorare in condizioni pessime, vedendosi negati i giorni di ferie, spesso alle prese con vetture non perfettamente funzionanti, costretti a portare con sé, per viaggiare in sicurezza, la cassetta degli attrezzi, non fornita dall’azienda e acquistata a proprie spese. Chiedono tempi di percorrenza adeguati, ferie certe di cui usufruire, sblocco dei parametri per avanzamento di carriera. È una fotografia, quella di Isabella Borghese, della realtà metropolitana dei trasporti pubblici romani. È la voglia degli autisti, in massa, di dire basta (“per il compleanno di mio figlio – afferma un conducente – sono stato costretto a chiedere il permesso per la donazione del sangue”). C’è dunque la grinta degli operai da una parte e la vita dei passeggeri dall’altra, intenti a raggiungere ogni giorno il proprio posto di lavoro.

La sospensione narrativa, il viaggio onirico, la notte e l’alba ricordano vagamente Il piccolo isolazionista, un breve e ormai introvabile romanzo di Tommaso Labranca, uscito nel 2006, per Castelvecchi, in cui si racconta del vuoto che circonda l’umanità e la pervade. La tentazione sarebbe quella di isolarsi ma, come scrive Labranca, “è facile vivere da anacoreti o eremiti: basta andare in una cella monastica, in una grotta o su un pilastro. Molto più difficile è la vita del Piccolo Isolazionista. Perché deve mantenere l’equilibrio arduo tra immersione nel mondo e limitazione di qualsiasi rapporto umano”. E quando le strade si svuotano, il delirio dei reality si placa, il piccolo isolazionista esce di notte senza una meta, vagando tra luoghi non luoghi, nella periferia milanese delle tangenziali, raccontando una città silenziosamente affascinante.
Anche quello di Isabella Borghese è un romanzo silenzioso, di un silenzio che diventa riflessione, conoscenza e scoperta dell’altro. Un silenzio lucido, ragionato, consapevole.
Lo spazio pubblico, quello del 60, diventa privatissimo per molti passeggeri e la solitudine del singolo arriverà ad infrangere l’indifferenza generale, portando a una protesta collettiva. Passeggeri e ferrotranvieri, non più gli uni contro gli altri, ma uniti per lo stesso fine: miglioramento del servizio e delle condizioni lavorative (“Scendiamo tutti. Seguiamo l’autista. Iniziamo la nostra lotta, insieme”).
Così i momenti muti diventano rumore e condivisione e quei personaggi stravaganti si rivelano profondamente umani. Lo spazio si riempie e la contemplazione diventa partecipazione e riconoscimento. Un colpo di scena rimescolerà le carte per un finale – funambolico – tutto da scoprire.

Unknown-1Come ti è venuto in mente di parlare di prosopagnosia?
Dare voce a un uomo che non riconosce i volti delle persone, per uno scrittore, significa concedersi un grande dono, quello di un esercizio di scrittura particolare e per questo quasi “esclusivo”; poi, sai, mentre scrivevo il romanzo e ragionavo sulla storia che avevo in mente, mi dicevo che in fondo siamo tutti prosopagnosici.

In che senso?
I più ci riconosciamo attraverso la vista, ma per il resto siamo molto presi dalle nostre vite, non ci riconosciamo mai in nessuno. Come i passeggeri del 60, anche noi non siamo forse prosopagnosici?

Alcuni dei personaggi presenti nel tuo libro sembrano avere un’eco lontana, seppur concreti da sentirne perfino l’odore. Quanto tempo fa è nato – e soprattutto come – l’Uomo senza Volto?
Sono anni che leggo le storie che Oliver Sacks racconta nei suoi libri. In moltissimi suoi scritti, racconta di uomini prosopagnosici, che non riconoscono i volti delle persone. Ho poi avuto confronti molto interessanti con Davide Rivolta, psicologo e autore di Prosopagnosia. Un mondo di facce uguali. Sono mondi molto affascinanti per me, quelli in cui si muovono persone che vivono in modo fuori dal comune, con caratteristiche proprie.

Eszter è una donna sempre affaccendata, immersa nella vita quotidiana, che prende tutti i giorni il tram e si veste una volta salita sul mezzo… Ma è anche colei che riesce ad astrarsi da ciò che la circonda per raccontarlo con estrema lucidità. Quanto ti rivedi in questo personaggio?

Eszter può somigliarmi, in quanto precaria dell’editoria. Si immerge nelle situazioni, osserva, riflette, ma poi se ne allontana e cerca il silenzio. Mi rivedo anche nell’Uomo senza Volto, nel suo bisogno di riconoscere e riconoscersi, così come nelle difficoltà in cui inciampano gli utenti sul 60. Credo che la mia voce si faccia sentire in modo differente in ogni personaggio come in quella dell’Uomo senza Volto, che a un certo punto della storia si rintana nel suo mondo e continua ad amare segretamente la sua Gisella.

Già, e vende i suoi libri fuori da una libreria, un gesto d’amore e anche un atto di generosità verso l’editoria?

Sì. In questo romanzo ci tenevo a far emergere il mio amore per i libri. Nel romanzo, l’Uomo senza Volto ha una storia particolare. Mi sono potuta permettere di scegliere per lui quest’ultimo atto d’amore verso la sua Gisella, vale a dire acquistare e rivendere i suoi libri. Il suo modo personale di aiutare la piccola e media editoria.

Il 60 è un autobus di Roma in cui nel romanzo emerge la protesta dei ferrotranvieri e dove esistono biglietti salva-passeggeri e utenti che pagano le multe con i soldi del monopoli.
Sì. I capitoli ambientati nell’autobus sono quelli che i lettori trovano più divertenti. Racconto il disagio degli utenti, costretti a viaggiare in modo pietoso, e degli autisti che lavorano in condizioni altrettanto difficili. È un autobus in cui ognuno vive chiuso nel piccolo spazio che riesce a conquistare, dove L’Uomo del Suicido Premeditato grida ogni giorno: “ Mi ucciderò il 19 settembre!”, nell’indifferenza generale.

Esiste un momento in cui il dolore di ciascuno e la sofferenza individuale assumono però una dimensione collettiva.
Sì, nel romanzo si parla anche di questo.

Isabella-Borghese--300x200Fai diversi riferimenti letterari.
Il titolo e i nomi di Eszter e Lajos sono ripresi da un romanzo di Sándor Márai, L’eredità di Eszter, di cui rielaboro diverse atmosfere, tra cui l’attesa in amore. Cito diversi libri, per lo più quelli che mi hanno accompagnato durante la stesura o quelli che mi hanno ispirato personaggi e situazioni. Credo che nessun libro possa nascere senza altri libri “alle spalle”. Quando individuo i temi per il prossimo romanzo, mi diverto a fare ricerche e selezionare un certo numero di testi da cui poi trarre ispirazione. Il confronto umano mi permette poi di calarmi in pieno nelle storie e nei personaggi che voglio raccontare. Continuerò con le mie ricerche anche per il prossimo romanzo.

Stai già lavorando a un nuovo progetto? Qualche accenno?
Sì, ho il piacere di consegnare altre storie, ma senza fretta. Per scrivere storie interessanti bisogna sempre rielaborarle con lucidità. Non racconto mai nulla che mi sia appartenuto, se non rielaborandolo e comunque dopo averlo in qualche modo superato. È una questione di rispetto per i lettori.

Elisa Giacalone

da Satisfiction – Gli amori infelici non finiscono mai

 

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