Il ricordo di Salvatore Coppola, editore artigianale e ideatore dei «pizzini della legalità»

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Unknown-1Un pezzo di storia siciliana che se ne va e un rammarico privo di parole opportune, condivisibili. Ho scelto il silenzio per giorni, perché ho ritenuto che le parole di commiato, tese alla restituzione di un ricordo, spettassero a chi ha avuto davvero un trascorso da raccontare.

Ho scelto di stare a guardare il susseguirsi di post di persone, più o meno conosciute, che hanno manifestato il loro dispiacere su un gruppo, nato appositamente per condividere un’assenza improvvisa e dalla natura non immediatamente formalizzata.

Ho rispettato il loro dolore, anche quando, in tutta franchezza, ho avuto delle perplessità. Non dirò nulla neanche adesso di Salvatore Coppola, benché più volte ci siano stati scambi di parole, occasioni condivise, qualche mail e dei messaggi privati su Fb.
salvatore-coppolaVolevo restare al margine anche oggi, che si sta celebrando la sua dipartita, ma il mio pudore avrebbe oggi il sapore di indifferenza e credo che il mio saluto di amica – più onesto definirmi conoscente – a Salvatore Coppola sia quantomeno dovuto.

Un saluto rispettoso per ciò che lui ha rappresentato per la mia terra (e non solo). Per ciò che ha insegnato, senza saperlo. Ai novelli e ai veterani della scrittura.

E voglio salutarlo attraverso le parole di un’altra persona, perché non ne saprei usare di migliori e perché, tra tutti i ricordi letti, reputo questo il più onesto, il più scevro di personalismi e artifici. Semplicemente è il ritratto che più aderisce al mio sguardo, quello che sento più vero e quello con cui voglio salutarlo oggi.

Il mio sarà un saluto in prestito.

Elisa Giacalone

1379376_10202418061396852_515690351_nSalvatore Coppola se ne è andato, discretamente, in silenzio – forse con quel ghigno solitario e quell’odore di libertà che caratterizzavano da sempre la sua figura. E con lui se ne va un’idea testardamente ‘artigianale’ del mestiere di editore ai margini del mainstream: un metodo in via di estinzione, insofferente a tutti i percorsi obbligati della visibilità mediatica, delle riserve accademiche e della mondanità culturale, e che ancora privilegia la statura morale dell’underground, i rapporti interpersonali, le committenze private, le passioni e le idiosincrasie, l’eroismo silenzioso del lavoro quotidiano alle operazioni di marketing. I suoi libri erano dichiaratamente i suoi “figli”, così come i suoi autori più cari erano la sua famiglia e tutti i lettori sono stati i suoi amici.
Il pragmatismo e la ‘semplicità’ erano la sostanza del temperamento personale e dell’impegno resistente di Coppola editore. Chi lo ha conosciuto, anche solo per condividerne parole e sigarette, entusiasmi e scazzi – nelle mille occasioni in cui è stato presente sul territorio da testimone o da protagonista, con quell’aria da sessantottino perenne e perdente, scorbutico e generoso –, sa che non c’era la minima traccia di snobismo o teatralità nell’ostentare il suo profilo di persona ‘comune’, nello starsene più spesso dalla parte degli spettatori che sul podio: la sua naturalezza, oltre a essere un tratto inconfondibile del suo carattere in fondo schivo, era un’imprescindibile divisa da lavoro e forse un’antica lezione di stile. Un po’ come se in un cantiere aperto il responsabile dei lavori si mimetizzasse tra tutti gli altri lavoratori. Chissà quanti progetti avrebbe potuto ancora edificare quel cantiere sotto l’ombra irrinunciabile di Salvatore.
(dalla bacheca Fb di Francesco Vinci)

 

Per saperne di più: L’impegno resistente di Coppola Editore

 

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